Martone e i miei 28 anni

Continuo a sfogliare il mio blog in attesa di fare il passo finale, e a causa della febbre ho anche un po' di tempo in più.
Poi vado a leggere quanto detto da Michel Martone, viceministro di cui non conoscevo l'esistenza (e questo è un bene, ma può essere dovuto alla mia ignoranza) e che viene riportato in tutti i luoghi e in tutti i laghi:


Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perché vuol dire che almeno hai fatto qualcosa

(Fonte: ilpost.it )

Ora, lungi da me criticare quanto dice Martone, perchè non sono certo stato un secchione (lo dimostra la fatica che sto facendo per studiare per l'esame di stato), e che non ho fatto l'istituto professionale ma sono d'accordo che chi ha fatto istituti professionali sia stato fin troppo bistrattato in questi anni. Poi ho letto l'età. Poi ho letto la mia breve descrizione, che non avevo aggiornato e rimasta ferma a tre anni fa. Quando avevo – tu guarda il caso – ventotto anni.
 


Ho vissuto in Sicilia, a Roma, ad Albano Laziale, sporadicamente a Firenze, ora vivo in Friuli collinare, spostandomi tra Trieste e Milano per lavoro. Laureato, ex portiere d’albergo, ex dipendente di broker, con un’esperienza di insegnante in liceo, ex milleurista, quasi-ex precario, ancora iscritto tra gli intermediari assicurativi, ora attuario (junior perché per l’esame di stato c’è bisogno di tempo). Ex pallavolista, con qualche sporadico ritorno alle attività, sposato, con un figlio. Moglie ex dipendente d’albergo, ex cameriera ai piani, commessa in ipermercato, insegnante, precaria intraprendente, con qualche tentativo di attività imprenditoriale tentata in comune. Figlio ancora troppo piccolo per essere ex-qualcosa.

E ho solo 28 anni.

E poi dicono che noi giovani non abbiamo voglia di fare un cazzo.

Sia chiaro, la mia non è spocchia. E' stato solo un caso, che l'argomento del giorno lo paragonassi alla mia esperienza personale. Ma io ho fatto una scelta, e mi sono dato da fare, con momenti di grosse difficoltà, necessità di chiedere supporto economico e di dimora. Certo, ce l'abbiamo fatta, e siamo non ricchi – proprio no – ma economicamente sereni. Ma se un ragazzo, fuori sede, costretto a pagarsi vitto, alloggio e retta universitaria, si ritrovasse a lavorare e rallentare il suo iter universitario per cause di forza maggiore, come puoi denigrarlo?

Infine, un ultimo appunto. Il concetto sarebbe validissimo se, uscendo dall'università col fatidico pezzo di carta in mano, il lavoro venisse a cercare te, anzichè il contrario. Ma se, come il sottoscritto, il lavoro qualificato lo riesci a trovare dopo due anni dalla laurea, e il periodo non era critico come quello di oggi, siamo sicuri che il concetto – in parte condivisibile, ma di certo superficiale – sia ancora valido?

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