Luci.

Questo articolo parla di musica e di ricordi. Così, per parlare d’altro, che ogni tanto ce n’è bisogno.

Tutti abbiamo vissuto da piccoli. Bella frase eh? Vabbè, intendevo dire: tutti abbiamo i nostri ricordi di quando eravamo piccoli. Io, ad esempio, ricordo, per assurdo, un concerto di Antonello Venditti nello stadio della mia città. Solo che io e la mia famiglia non ci andammo, ma lo sentimmo dalla spiaggia, con amici (lo stadio, a Milazzo, è vicinissimo al mare) e ricordo che non si sentiva granchè. Poi ricordo le sveglie della domenica mattina con mio padre che metteva musica jazz ad alto volume dallo studio dell’appartamento e, ricordo, per quel motivo a lungo ho odiato quel genere musicale.

Poi, ricordo le cassette che mio padre si portava dietro in una specie di valigetta per i nostri viaggi in roulotte o in camper, e ne ricordo una che mi piaceva tantissimo: pensavo fossero le migliori canzoni di Lucio Battisti, anche se poi ho scoperto che dentro non c’era quella preferita dai miei, ma questa è un’altra storia.

Mi piaceva un casino quella cassetta. Mi metteva allegria.

I viaggi lunghi, cadenzati da quella voce strana e da quelle musiche allegre, ascoltate magari mentre litigavo o subivo i dispetti di mio fratello e mio cugino, mi mettevano felicità.

Solo dopo molti anni mi sono reso conto di quanto poco ci fosse da stare allegri. Vi scrivo qui un po’ di frasi, poi ditemi dove, un bambino di 4 o 5 anni, può trovarci l’allegria:

– “Davanti a me c’è un’altra vita, la nostra è già finita: e nuove notti e nuovi giorni, cara, vai o torni con me“;

– “Non ricordo se sorrise quando se ne ando’. Io l’amavo, io l’amavo, solo questo so“;

– “Un sorriso, e ho visto la mia fine sul tuo viso, il nostro amor dissolversi nel vento: ricordo, sono morto in un momento“.

Ma il peggio, la canzone che preferivo allora, quella che mi metteva più allegria, era il racconto di un uomo che si struggeva per la sua donna, ma che, finalmente, aveva deciso di uscire dalla casa nel quale si era rinchiuso da quando lei se n’era andata. Quell’uscita, però, non fece altro che condurlo sotto casa sua, a bussare alla sua porta e a fare la più tremenda figura di BIP della storia della canzone italiana: dopo averla supplicata di farlo entrare, dopo averle fatto una dichiarazione di una bellezza imbarazzante (“solo credevo di volare e non volo, credevo che l’azzurro dei tuoi occhi, per me, fosse sempre il cielo, non è”), prende le sue mani e le sente fredde. Come nel peggiore dei clichè, l’uomo dalla voce strisula, pensa che quelle mani fredde vogliano dire solo una cosa: è innamorata. E non si sbaglia. Ne è convinto, tanto convinto che, continuando a fissarle le mani, le dice che no, non si sbaglia stavolta, lei lo ama ancora. Le chiede conferma, di dirgli se quello che dice è vero, di dirgli che non sarebbero mai più stati lontani finchè…. Alza gli occhi e si accorge qual’è la ragione della freddezza e del tremolio di lei. C’era un altro.

Ora. Io bambino di 4 anni, con questa canzone, cantavo e sorridevo. E solo certe canzoni e certi autori ti possono dare la sensazione di allegria quando raccontano una cosa del genere.

Ieri Lucio Battisti avrebbe compiuto settant’anni, come un altro Lucio l’altro ieri.

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