Coraggio presidente

Ogni giorno, da quando è nato, si chiede al PD di avere più coraggio: dalle lontane primarie fondative con Veltroni candidato vincitore prima di essere eletto segretario fino a oggi, con la scelta del nome per la Presidenza della Repubblica.

Il PD, occorre dirlo, il coraggio se l’è dato a giorni alterni: quando ha deciso di andare da solo nel 2008 sapeva di perdere, ma pur di non restare invischiato nella rinnovata esperienza dell’Unione con personaggi alla Mastella o alla Rizzo (quello che oggi esulta solo sentendo la possibilità di un lancio di missili nordcoreani sugli States), ha mollato tutto e tutti. Non do un parere sulla scelta di andare da soli, dico solo che è stato un gesto abbastanza coraggioso.

Poi il coraggio, però, non c’era più quando per lungo tempo ha fatto un opposizione debole, senza grinta, o quando, nonostante le promesse di formare un unico gruppo parlamentare ad elezioni finite, non ha apertamente sfidato Di Pietro, unico alleato, a scegliere se stare insieme o andare per i fatti suoi. E infatti l’ha mantenuto in vita (politicamente, sia chiaro), nonostante gli insulti rivolti al PD a giorni alterni, fino a quando, dopo ben cinque anni, non ha deciso di abbandonarlo sulla sua cattiva strada (e il risultato è sotto gli occhi di tutti).

Oggi, nel momento più delicato dalla nascita del Partito (e anche da un bel po’ prima), tutti chiedono di fare un gesto di coraggio. D’accordo, ci vuole un gesto forte di coraggio.

Bersani deve fare il suo nome (dovrebbe essere oggi il giorno, dato che da domani si inizia a votare in Parlamento), ma è stretto tra le grinfie di chi, dall’interno e dall’esterno, lo spinge e lo pressa:

– Marini NO, perchè è cattolico e non può essere un Presidente designato solo per questo motivo (nessuno nel Partito aveva fatto quel nome collegandolo unicamente a quel motivo, ma poco importa);

– Finocchiaro NO, perchè un giorno l’hanno beccata mentre la scorta le portava la spesa (donne, se un uomo vi chiede se può portarvi la borsa, fatevi un favore: RIFIUTATE. Ne va del vostro futuro);

– D’Alema NO, che si sa, è D’Alema e di colpe ne ha sempre e comunque (e c’è sempre la sua ombra dietro ogni malefatta italica);

– Amato NO, che trent’anni fa era con Craxi (grave colpa di fronte all’italiano che ha votato per Silvio per vent’anni e continua imperterrito a farlo);

– Prodi NO, è vecchio, è il simbolo della politica, è… boh, qualcos’altro di cattivo che in questo momento non mi viene, ma NO, comunque.

Ognuno, insomma, ha le sue (e qui non si sta dicendo che questi nomi pari sono, bensì si sta cercando di raccontare la situazione per come la si vede): ma gli altri, fin qui, che gesti di coraggio hanno dimostrato?

Grillo e il M5S hanno chiesto ai suoi sostenitori di votare online il nome del loro candidato presidente. Gran coraggio. Solo che i sostenitori di Grillo, alle ultime elezioni, sono stati 8.689.458. Ammessi al voto, però, erano intorno ai 48.000 e, alla fine, ha votato un numero sconosciuto: non l’hanno voluto dire, chè la trasparenza vale solo quando lo dicono loro.

Il risultato è stato il migliore possibile per i fini che Grillo si era dato:

1) prima è risultata la Gabanelli (che ci sta pensando, mettendo in difficoltà lo stesso Grillo), che tutti sanno che non può fare il Presidente della Repubblica, ma nessuno le può dire nulla: è esterna alla Ka$ta, è un nome che nessun altro ha fatto, è donna, ma nessuno le ha mai chiesto se poteva portarle la borsa, ed è brava nel suo lavoro. Il Presidente della Repubblica sarebbe altro, ma questo a Grillo & co. non importava, l’importante era che venisse fuori un nome del genere, conosciuto e non ingombrante;

2) a parte Gino Strada (che ha già rifiutato, non ritenendosi all’altezza), l’altro nome è quello che più conta: Rodotà ha tutto per poter fare il Presidente, competenze e “vicinanza” al centrosinistra compreso. E’ senz’altro il nome più spendibile, poteva tranquillamente essere fatto dal PD, ma Grillo è arrivato prima (come se si trattasse dell’ultimo pacco di biscotti nello scaffale, se l’ha preso lui, gli altri devono cambiare marca). E proprio Grillo, prima di smentire se stesso, ha detto che il PD potrebbe votarlo, in modo poi da discutere di tutto il resto. Ora, Rodotà ha fatto parte del centrosinistra (la prima volta da parlamentare è del 1979, tra gli “indipendenti” del PCI, poi è stato eletto altre 3 volte, sempre con il PCI / PDS, di cui diventa anche Presidente, ed una volta anche al Parlamento Europeo…), per cui definirlo proprio “esterno” non è possibile, ma questo poco importa: l’importante, per Grillo, non è quello che si è, ma quello che si sa in giro;

3) Prodi, nome che sarebbe stato, tra i 10 (9, che Grillo mica poteva essere vero, suvvia), il più gradito al centrosinistra, ma il meno a Grillo stesso, è arrivato ultimo. Resta lì, nell’aria, ma non si dica che è un nome fatto dal Movimento, che altrimenti il boss a 5 stelle ci perde la faccia…

Berlusconi, dal canto suo, sta nella posizione più facile: può dire di no ad alcuni nomi (Prodi stesso, su tutti) che tanto mica tocca a lui cercare l’intesa. Ha preso poco più di Grillo alle ultime elezioni, ma si trova a poter aspettare che la prima mossa la facciano gli altri, attendendo tranquillamente sulla riva del fiume che passi il cadavere del nemico.

Ma il PD, con SEL, ha già dimostrato di potere, se vuole, alzare l’asticella e mettere tutti con le spalle al muro con un fine gioco politico, come ha fatto per Senato e Camera proponendo Grasso e Boldrini (naturalmente Travaglio ha sparato a zero su di loro come ha fatto con la Bonino, ma per lui l’unico nome possibile è il suo o quello di Flores D’Arcais, che vabbè…). Adesso gli tocca rifare la mossa, magari con lo stesso piglio, sperando che non sia già troppo tardi.

Qualsiasi nome faccia il PD, infatti, il giornalismo italiano (sono pronto a scommettere) è già pronto a tacciarlo di qualche grave colpa: facesse il nome di Prodi, sarebbe la corsa al massacro, dai giornali di riferimento della destra e dei grillini, perchè troppo interno (naturalmente, quello che è Prodi conta meno di quello che rappresenta); facesse il nome di Rodotà, sarebbe “un abbraccio mortale” con il M5S che ha vinto la battaglia più importante; facesse un altro nome di quelli detti poco sopra, sarebbe un tentativo di fare da soli fregandosene degli altri (come se l’esempio di Napolitano e del 2006 non fosse lì a ricordare a tutti che “Presidente condiviso” è importante esserlo dopo, non prima).

Il rischio, oggi non è che il PD non abbia influenza sulla scelta del futuro Presidente della Repubblica. Il rischio è che per il PD la scelta del futuro Presidente della Repubblica potrebbe essere l’ultima prima dell’implosione…

Occorre, davvero, avere molto coraggio.

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