La Guerra Santa dei pezzenti

A Bologna, nelle ultime settimane, non si è parlato di altro.

“Vota ScuolA pubblicA.”

“Vota B come Bambini.”

I giornali, dal Resto del Carlino alle edizioni locali de la Repubblica o del Corriere, ogni giorno tiravano fuori polemiche, discussioni, endorsement sorprendenti e abbastanza ridicoli (Scamarcio, per citarne uno, ma non è il solo). Ognuno provava, come poteva, a tirare acqua al proprio mulino.

Da un lato si chiedeva di votare A per fare in modo che le scuole paritarie non fossero più finanziate (in parte irrisoria, lo dovrebbero ammettere anche i promotori) con fondi pubblici. Dall’altra si inveiva contro quella posizione perchè (così pareva, chissà se così sarà davvero) se avesse vinto la A molti bambini sarebbero rimasti in mezzo alla strada (non letteralmente).

E poi, si sono viste le gare a chi è più di sinistra (“perchè io nun so’ comunista così, io so’ comunista cosi'”). A chi ha più a cuore i bambini. A chi vuole che la Costituzione… etc. etc.

Il clima da guerra civile che si respirava a Bologna, la città più “resistente” d’Italia, per storia, cultura e politica, era diventato insopportabile.

Finalmente, il 26 maggio, ieri, i cittadini sono stati chiamati al voto per esprimersi su un quesito che definire ridicolo è poco. Letteralmente, ecco il testo:

Quale, fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, che vengono erogate secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole di infanzia paritaria a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?
a) utilizzarle per le scuole comunali e statali
b) utilizzarle per le scuole paritarie private

Messa così, senza approfondire, pochi dubbi. La questione, però, è molto più complicata e va a toccare il futuro dei bambini (e degli insegnanti, va detto), delle scuole pubbliche e di quelle paritarie della città felsinea (e non solo, a detta dei promotori): quanto il fondo destinato annualmente dal Comune di Bologna alle scuole paritarie possa essere utile se destinato a rimpolpare il cospicuo (perchè così è) finanziamento delle scuole pubbliche comunali? Quanto, da un punto di vista puramente pratico, a far rientrare un numero maggiore di bambini nelle liste di accesso alle stesse?

Bene. Io risposta non ne ho (non me ne sono interessato granchè, in fondo, e ho sbagliato, trattandosi comunque della mia città di adozione). Però, se avessi avuto diritto di voto, avrei cercato di capire meglio dati e numeri, cercando di andare oltre gli steccati puramente ideologici che, belli e cari, giusti e puri, avrebbero distolto l’interesse dal tema che, oggettivamente, era al centro del quesito referendario: il diritto dei bambini ad avere una scuola, possibilmente pubblica.

Il clima, però, che ha circondato questo quesito referendario, è stato, come detto, da guerra civile. Tra espulsioni minacciate dal partito di riferimento, assalti alle barricate altrui (metaforicamente parlando, sia chiaro), accuse di “legami oscuri tra politica e vertici ecclesiastici”, oggettivamente, si è andati un po’ oltre.

In questo bailamme che si è creato, ci si sono messi in mezzo tutti. Guccini e Scamarcio, Vendola (presidente della regione Puglia che destina fondi – pochi, quasi quanto Bologna – alle scuole paritarie) e Merola (sindaco di Bologna che, troppo spesso, non riesce a trattenersi quando si innervosisce) che si sono presi a insulti prima di scriversi lettere d’amore che neanche il 14 febbraio. E ancora Rodotà, Prodi, il M5S, naturalmente, Pizzarotti (sindaco di Parma, che le scuole paritarie le finanzia, eccome), Wu Ming, eccetera, eccetera, eccetera.

Il risultato è stato mortificante. Gli aventi diritti al voto erano poco più di 285.000. I votanti sono stati poco meno del 29%. L’opzione A (“Voglio i fondi destinati alle scuole pubbliche”) ha preso poco meno del 60%. La B (“Voglio i fondi destinati alle scuole private”) poco più del 40%.

Ora, le conseguenze di questo referendum consultivo le vedremo sul campo. C’è già chi esulta, chi rosica, chi si è sentito accerchiato e chi si è fatto scudo con la storia che “al centro bisognava mettere i bambini. Ma, solo e sempre sul campo, alla fine, vedremo chi ne uscirà ferito, chi subirà il colpo, chi ne uscirà vincente.

Quello che appare chiaro, in questa guerra santa scatenata sulla pelle di Bologna e del suo sistema scolastico, è che chi ne è uscito sconfitto, in primis, è la partecipazione alla discussione cittadina. Poi, ognuno ne tragga le conseguenze.

 

P.S. Per chi si sentisse offeso dalla parola “pezzenti”, questa va interpretata letteralmente, come un “individuo che versa in condizioni di estrema povertà, che tira avanti mendicando”. Come la Politica (con la P maiuscola), oggi.

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